sabato 5 febbraio 2011

PARTITA A MONOPOLI


Ve lo ricordate vero? Tutti ci abbiamo giocato. Quel bel tappeto di cartone verde chiaro, il tavolo verde lo lasciamo a Emilio Fede, dove lanciando i dadi potevi costruire le tue fortune. Compravi terreni, costruivi case ed alberghi e, in mezzo a imprevisti e probabilità, accarezzavi il sogno di diventare ricco. Ricordo ancora l’ansia che ti metteva perché sembrava che, quel gioco, fosse lo strumento fondamentale atto a decidere chi potesse avere la stoffa dell’affarista o, invece, quella consunta dello sfigato. Doveva essere un gioco, solo un gioco e invece è finita come per Jumanji, il film, ve lo ricordate? Quello dove c’era quel gioco da tavolo che ti tirava dentro e che mescolava la realtà con la finzione e dove, alla fine, diventava tutto maledettamente vero! Eccoci lì dove siamo finiti col Monopoli. La nostra realtà è finita là dentro e abbiamo perso il significato vero di ciò che ci circonda, di cui dovrebbe esser patrimonio di tutti riconoscerne il valore. Prendiamo la parola lavoro, ad esempio. E’ arrivata ad un punto così basso di considerazione che gli attuali governanti la vorrebbero levare dalla costituzione per sostituirla con la parola impresa. Ma cosa vale di più? Vale di più un qualcosa che crea ricchezza o qualcos’altro che la genera e distribuisce? Creare significa produrre dal nulla. Generare, invece, rientra nell’ambito della procreazione e necessita quindi di una genitura che moltiplica se stessa ma che, per farlo, ha bisogno di una base di partenza nell’ambito della stessa specie. Cioè, se voglio generare ricchezza ho bisogno di averne già. L’impresa è una macchina, un gingillo ideato dall’uomo per generare ricchezza e distribuirla ma alla sola condizione che ci siano già delle ricchezze per avviarla e il lavoro per farla funzionare. Creare la ricchezza, invece, significa costituirla dal nulla. A scuola ci hanno insegnato che il lavoro è uguale alla forza per lo spostamento. E’ una cosa che tutti possiamo fare. Basta agire su qualsiasi parte del nostro corpo del quale ogni cittadino del nostro paese è per natura dotato e spostarla, sia essa un braccio o un flebile segnale elettrico tra un neurone e l’altro del cervello. Non ti costa nulla o molto poco rispetto a quello che riesci a produrre. Il suo valore è infinito perché il punto di partenza è sempre zero o prossimo allo zero. Genera potenzialità creative immense soprattutto se si mettono in rete le menti o si coordinano le capacità tecniche magari acquisite con esperienze tramandate per generazioni. Il lavoro coniuga il sapere col saper fare e consente agli individui di raggiungere la condizione di saper d’essere. Le grandi nazioni europee lo hanno capito perché sanno che una nazione è grande e lo sarà anche in futuro, solamente se saprà mantenere la capacità di produrre e costruire qualsiasi cosa e che è sbagliato considerarlo solamente come un costo! Noi invece sono decenni che buttiamo il lavoro alle ortiche perdendo il saper, saper fare ed essere, decentrando le imprese all’estero e facendoci abbagliare da tutte quelle attività piene di lustrini e paillettes che fanno guadagnare a pochi immense fortune senza fatica, lasciando agli altri solo l’illusione di esser ricchi, ipnotizzati dal luccichio effimero di quel mondo. Quelle grandi nazioni hanno capito il valore del lavoro e sempre di più ci pagano perché smettiamo di saper lavorare per garantirsi l’esclusiva su quel sapere. A prezzi di 30/40 a volte 50.000€(la francese Alstom addirittura 100.000€ ad ogni lavoratore del sito di Colleferro RM)ci convincono a licenziarci da quelle imprese italiane di loro proprietà che chiudono e si portano in patria. Noi li intaschiamo e accettiamo lo scambio ma attenzione perché la partita a Monopoli è quasi finita. Germania, Francia e Gran Bretagna in testa, possiedono tutte le proprietà cariche di case ed alberghi oltre alle stazioni, gli aeroporti, le società elettrica e dell’acqua comprese. Noi invece abbiamo in mano i pacchi di soldi. Se finiamo un paio di volte su Parco della Vittoria per noi è la fine.
L’unica speranza è quella di finire in prigione. Cavolo, dimenticavo! Siamo fregati anche lì: abbiamo le leggi sull’immunità.

Fabio Pozzerle

2 commenti:

  1. certo che tutto quello che hai scritto, purtroppo e' la cruda e amara verita' e penso nessuno possa obiettare su questo

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  2. Penso di no. Anche Piero Daldosso sarebbe in difficoltà! Un abbraccio.

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