sabato 31 dicembre 2011

IL DEBITO: CAMERA DI ESPANSIONE DIVENUTA CAMERA A GAS

IL DEBITO:CAMERA DI ESPANSIONE DIVENUTA CAMERA A GAS Parole,parole,parole, queste parole maledette che ci fregano sempre! A proposito: grazie Gelmini per averci resi ancor più ignoranti di quanto già eravamo. Oggi Monti spiega che saranno adeguati i valori catastali al valore di mercato. Beh, sapete cosa penso? Penso che sia una idiozia assoluta! Servirà a fare cassa? Certo che sì! E giù tutti a plaudire al nuovo leader di livello europeo. Che ipocriti. Prima ci hanno spinti per anni a confondere “ricchezza” con “ricchezza percepita” (Sociologi, vi siete bevuti il cervello pure voi, eh!?) che è la stessa differenza che passa tra l’esser ricchi ed il sentirsi ricchi e ora ci chiedono di pagare le tasse calcolate su una ricchezza inesistente. Il problema vedete, non è mai stata la crescita del benessere in sé. Dai disastri come quello della 2° guerra mondiale, non si può far altro che ripartire e risalire. Ma è una ovvietà filosofico/matematica! Il vero problema è l’avidità dell’uomo che esiste da sempre, basta leggere la storia. Accade, cioè, che l’avidità spinga l’uomo a voler accelerare la crescita per soddisfare, in una sola generazione, i bisogni di molte altre generazioni a venire, gettando figli, nipoti e pronipoti nella miseria (a tal proposito, non accetto morali cattoliche visti i personaggi; da don Verzè (pace all'anima sua, apprendo ora, a Marcinkus). E se ci sono di mezzo i soldi, i “schei”, l’accelerazione diventa esponenziale. Così ci hanno cominciato a plagiare facendoci annusare le banconote. Bastava che le avessimo in mano e tanto ci bastava per sentirle già nostre. Restituirle non era un problema che ci si poneva. “Tanto avrei lavorato e guadagnato sempre di più” e sarebbe stato un di più senza alcun termine. Se tu guadagni 1.000€ al mese avrai una ricchezza di 1.000 euro al mese: semplice e lineare, no!? Ma se accendi 10 prestiti da 10.000€ l’uno che restituirai in 100 rate mensili da 100€ l’una, ti sentirai ricco come se guadagnassi 10.000 €/mese perché potrai permetterti di avere gli stessi beni di chi, quei 10.000, li guadagna per davvero! Ecco il trucco che ci ha fregati. Usando il debito come camera di espansione, ci hanno permesso di sentirci tutti più ricchi. Un sistema fatto in questo modo, applicato a milioni di persone aveva bisogno di una camera di espansione collettiva e di metri di misura collettivi. Il debito pubblico è quella camera collettiva cosi come il debito privato lo è per il singolo cittadino; il prodotto interno lordo equivale alla ricchezza percepita e il lavorar di più per guadagnar di più, equivale al rapporto debito/Pil. Non so se avete colto la verità contenuta in quanto ho appena scritto. Parlando in termini materiali ma matematici, la nostra ricchezza complessiva come paese è pressoché uguale a zero! Allo stesso modo, se possiedo una casa che vale 100.000€ ma l’acquisto chiedendone in prestito 100.000 alla banca, quanto sono ricco? Sono di fatto povero in canna ma affettivamente convinto che quella casa valga una vita intera! Ergo, ci stanno tassando su ciò che avevamo perduto, i sentimenti, le emozioni, perché di materiale non possediamo più nulla! Così quel debito divino (altro che sovrano!) si trasforma, oggi, da camera di espansione a camera a gas.

lunedì 26 dicembre 2011

LA PROPRIETA’: DA FURTO COMUNISTA A DEUS EX MACHINA LIBERISTA (PARONI A CASA NOSTRA!)

LA PROPRIETA’: DA FURTO COMUNISTA A DEUS EX MACHINA LIBERISTA (PARONI A CASA NOSTRA!) Solo un popolo adolescente e poco acculturato come il nostro può avere una così gran confusione in testa sul concetto di proprietà. Non pretendo che sia una verità il fatto che la proprietà privata non esista o sia un furto ma nemmeno che si possa esser proprietari di tutto. Si può essere proprietari, “paroni”, di casa nostra, di un terreno, di una macchina, di qualsiasi oggetto ma non si può essere proprietari, cioè “paroni”, di chi possiede una personalità. Un cittadino di una certa cultura possiede quell’autonomia intellettuale che gli consente di prendere coscienza di sé e di non considerarsi proprietà di nessuno. Noi invece abbiamo nelle nostre radici, nei nostri geni ancora la mentalità feudale del mito del padrone. Ci sentiamo tranquilli se ne abbiamo uno oppure, l’esser padrone, rappresenta un mito ed una meta per sopperire, col bisogno di potere, all’ignoranza profonda che in genere abbiamo e che ci impedisce di trovare anche le parole più semplici per affermare l’autonomia del nostro essere. Allo stesso modo delle personalità proprie, però, non si può essere proprietari e nemmeno paroni, delle personalità giuridiche. Cioè si può essere proprietari di tutto ma non di un soggetto di diritto, sia che si tratti di una persona, sia che si tratti di un’azienda. E questo è il punto! Un’azienda è una macchina di proprietà della collettività che serve a produrre ricchezza e a distribuirla. Quella macchina, per funzionare, ha bisogno di due cose: i capitali da un lato e il lavoro dall’altro. Quella macchina è un elemento prezioso da tutelare ad ogni costo, anche dalla mala gestione che ne dovessero fare gli amministratori i quali non sono e non saranno mai proprietari, “paroni”, dell’impresa né tantomeno della forza lavoro. Quell’azienda è proprietà della collettività e quindi controllata a vista dallo Stato, che già oggi la può togliere agli amministratori incapaci, ma che non ci sarebbe nulla di male se la gestisse direttamente magari per impedire che quel patrimonio sia disperso a causa di una classe dirigente incapace ed evitare che, domattina, l’Italia possa magari risvegliarsi scoprendo di non potersi più chiamare potenza industriale perché le industrie non ci saranno più! Nazionalizzare non è una bestemmia! E’ una necessità se non un dovere farlo per uno Stato, almeno su ciò che si ritiene strategico per la nazione, quando si deve salvare l’interesse nazionale che significa, in questo momento, salvare il popolo dalla crisi.

giovedì 22 dicembre 2011

DATEMI 5 MINUTI E VI AZZERO IL DEBITO (ELOGIO ALLA FOLLIA)

DATEMI 5 MINUTI E VI AZZERO IL DEBITO (ELOGIO ALLA FOLLIA) Ma veramente ancora credete alla favola del debito “sovrano”? Se facciamo parlare i luminari della finanza e dell’economia sicuramente vi parleranno di ricette roboanti, fantasmagoriche e complicatissime che necessitano di grandi sacrifici. Se faccio parlare la FILOSOFIA più spiccia, ne ricavo una ricetta semplicissima. Talmente semplice che diranno essere folle. Pazienza: stamattina elogerò la follia! Sappiamo che il 30% del debito pubblico è in mano a banche italiane o direttamente oppure tramite fondi di loro proprietà. Cioè lo Stato è debitore verso le banche e le banche sono creditrici verso lo Stato. Immaginiamo di vivere nel paese dei folli e che presi dalla follia domattina decidiamo che tutti questi sacrifici che Monti chiede agli italiani possano servire per pagare agli azionisti di banche, assicurazioni e istituti finanziari in genere, la liquidazione delle quote azionarie possedute pagandole il 120/150/180% del valore delle azioni. Lo faccio perché lo Stato dei folli ha deciso di rivendicare la sovranità nazionale (roba di destra), per nazionalizzare le banche (roba di sinistra). Quei folli sono talmente folli da tenersi quelle banche per 5 minuti cioè il tempo utile per fare un’operazione matematica molto semplice. Siccome acquistando le banche ne divento proprietario, per 5 minuti sarò debitore e creditore di me stesso allo stesso momento. Faccio una somma algebrica laddove, se assegno -1 al debito e + 1 al credito, dalla somma otterrò zero! Proviamo? -1+1=0: cavolo è vero! Facciamo la riprova? +1-1=0: cavolo fa’ ancora zero! Sono passati 5 minuti? Nooo!? Bene! Allora abbiamo ancora il tempo di riassegnare, agli stessi detentori dei titoli azionari di prima, le stesse quote azionare anche a prezzi di saldo perché, nel frattempo, lo Stato dei folli si sarà liberato da una marea di debiti. Ai pazzi cittadini che per uno slancio di follia estrema si erano messi, a milioni, a riempire le piazze e ad assediare i palazzi del potere per chiedere ai governanti di non venir meno al giuramento fatto alla follia, lo Stato dei folli aveva potuto restituire i soldi dei sacrifici chiesti perché, nel frattempo, il debito aveva perso la sovranità che tornava finalmente nelle mani del popolo.

domenica 18 dicembre 2011

LA PRESA IN GIRO: IL DEBITO

Ieri lo faceva il “tre monti”, oggi lo fa il “monti” ma di un numero indefinito! Ci stanno prendendo in giro co’ sta storia del debito! Ma come, non ci avete ancora pensato? Forse siete troppo impegnati a fare dell’altro? Ad esempio a farvi i fatti vostri? Ma non l’avete capito che così vi fregano? Vi fregano con le parole! Ma mica con quelle difficili sapete? Proprio no! Loro ci dicono semplicemente la verità, perché ce la dicono, e noi crediamo alla menzogna. Non sono loro gli astuti: siamo noi gli stolti! Alias: pirla, mona (al nord); oppure babbi (al sud), se volete. Ci dicono che il problema che abbiamo è quello che il debito “sovrano” è troppo alto. Presa alla lettera, significa che a governare l’Italia è un sovrano che si chiama debito anche se a me risulta che la sovranità sia di qualcun altro. Poi ci spiegano che dobbiamo fare sacrifici. Cavolo, direbbe mio nonno, qui bisogna risparmiare per accantonar denaro per ripagare il debito! Ergo dobbiamo tassarci per fare quello che hanno detto ma che noi, nella nostra logica, la logica di mio nonno, crediamo d’aver sentito. Cioè noi crediamo di tassarci per pagare il debito che significherebbe ridurre la forza dell’attuale sovrano, ma loro, in realtà, non l’hanno mai detto! Hanno sempre detto che lo dobbiamo fare per …. dare maggiori garanzie al Fondo monetario internazionale perché così ci prestano altri 600 Mld di €, facendo diventare quel sovrano più potente. Il risultato è che il debito aumenta: o no!? Mentre l’altro sovrano, quello vero, lo STATO, lo accusano di essere troppo costoso e che quindi si deve ridimensionare, ridimensionando così la propria SOVRANITA’. E noi la beviamo. Nemmeno ci stiamo accorgendo che siamo oramai vicini al punto di poter dire che: L’Italia è una repubblica oligarchica fondata sulla finanza. La sovranità appartiene al debito che la esercita entro i limiti e le norme stabilite dalle banche.

sabato 15 ottobre 2011

LA CRISI DEGLI ASINI

Un uomo in giacca e cravatta è apparso un giorno in un villaggio. In piedi su una cassetta della frutta, gridò a chi passava che avrebbe comprato a € 100 in contanti ogni asino che gli sarebbe stato offerto. I contadini erano effettivamente un po' sorpresi, ma il prezzo era alto e quelli che accettarono tornarono a casa con il portafoglio gonfio, felici come una pasqua. L'uomo venne anche il giorno dopo e questa volta offrì 150 € per asino, e di nuovo tante persone gli vendettero i propri animali. Il giorno seguente, offrì 300 € a quelli che non avevano ancora venduto gli ultimi asini del villaggio. Vedendo che non ne rimaneva nessuno, annunciò che avrebbe comprato asini a 500 € la settimana successiva e se ne andò dal villaggio. Il giorno dopo, affidò al suo socio la mandria che aveva appena acquistato e lo inviò nello stesso villaggio con l'ordine di vendere le bestie 400 € l'una. Vedendo la possibilità di realizzare un utile di 100 €, la settimana successiva tutti gli abitanti del villaggio acquistarono asini a quattro volte il prezzo al quale li avevano venduti e, per far ciò, si indebitarono con la banca. Come era prevedibile, i due uomini d'affari andarono in vacanza in un paradiso fiscale con i soldi guadagnati e tutti gli abitanti del villaggio rimasero con asini senza valore e debiti fino a sopra i capelli. Gli sfortunati provarono invano a vendere gli asini per rimborsare i prestiti. Il corso dell'asino era crollato. Gli animali furono sequestrati ed affittati ai loro precedenti proprietari dal banchiere. Nonostante ciò il banchiere andò a piangere dal sindaco, spiegando che se non recuperava i propri fondi, sarebbe stato rovinato e avrebbe dovuto esigere il rimborso immediato di tutti i prestiti fatti al Comune. Per evitare questo disastro, il sindaco, invece di dare i soldi agli abitanti del villaggio perché pagassero i propri debiti, diede i soldi al banchiere (che era, guarda caso, suo caro amico e primo assessore). Eppure quest'ultimo, dopo aver rimpinguato la tesoreria, non cancellò i debiti degli abitanti del villaggio ne quelli del Comune e così tutti continuarono a rimanere immersi nei debiti. Vedendo il proprio disavanzo sul punto di essere declassato e preso alla gola dai tassi di interesse, il Comune chiese l'aiuto dei villaggi vicini, ma questi risposero che non avrebbero potuto aiutarlo in nessun modo poiché avevano vissuto la medesima disgrazia. Su consiglio disinteressato del banchiere, tutti decisero di tagliare le spese: meno soldi per le scuole, per i servizi sociali, per le strade, per la sanità ... Venne innalzata l'età di pensionamento e licenziati tanti dipendenti pubblici, abbassarono i salari e al contempo le tasse furono aumentate. Dicevano che era inevitabile e promisero di moralizzare questo scandaloso commercio di asini. Questa triste storia diventa più gustosa quando si scopre che il banchiere e i due truffatori sono fratelli e vivono insieme su un isola delle Bermuda, acquistata con il sudore della fronte. Noi li chiamiamo fratelli Mercato. Molto generosamente, hanno promesso di finanziare la campagna elettorale del sindaco uscente.

domenica 22 maggio 2011

DA PADRE A FIGLI


Scrivo a voi, figli miei, perché oggi più che mai è giunta l’ora che io lo faccia. Vi voglio raccontare una storia, la mia storia. Una storia fatta di mille speranze e di mille sogni. La storia di una vita che, come tante altre, parte in modo difficile pregna di sofferenza e di dolore. Una storia di rinunce e di umiliazioni vissuta sempre con la certezza che un giorno tutto sarebbe cambiato perché l’Italia in cui vivevo, per scassata che fosse, ti dava la possibilità di vedere sempre la luce davanti a te. Sì certo, non era comunque facile aprirsi una via ma se ti armavi di buona volontà, per povero e sfigato che fossi, ce la potevi fare. Non ti dovevi preoccupare della salute tua o dei tuoi genitori perché comunque di ospedali ce n’erano tanti e distribuiti vicino casa e questo ti consentiva di accudire i tuoi cari senza costose visite presso strutture private. Pur nelle avversità peggiori era la scuola pubblica che ti permetteva di andare a scuola. Una scuola che era aperta a tutti e che garantiva a tutti un buon insegnamento e per buono intendo quello che ti apre la mente, ti consente di spaziare con la fantasia e trovare il tuo posto nel mondo senza inutili indottrinamenti ed eccessivi costi economici per la tua famiglia. Potevi sognare e vedere il tuo futuro. Potevi scegliere se studiare fino a 13 anni e fare il manovale oppure fino a 16 e fare l’operaio generico. Se a 17, saresti stato specializzato; invece a 19 diplomato. Per i più bravi ed abbienti, 4 anni e la laurea da ingegnere o dottore. Ma potevi pure sbagliare, perché a 14 anni è normale sbagliare, andartene a lavorare e poi recuperare con i corsi serali garantiti tutti dallo Stato e fare quel salto che solo nell’età matura, magari, sentivi il bisogno di fare. Il lavoro, sapete, si trovava a tempo indeterminato, magari con 1 o 2 anni a tempo determinato, ma poi alle aziende di allora serviva garantirsi la fedeltà dei lavoratori e ti assumevano: punto. E allora tu sapevi che, tempo 35 anni al massimo, saresti andato in pensione tra i 50 e i 60 anni (14+35=49). Ma lo sapevano anche i laureati (25+35=60). Era facile farsi una famiglia e te la potevi fare prima dei 30 anni perché eri già sistemato, lavorando già da almeno un decennio. Pensavi alla casa che sapevi di poter pagare in 10 anni e non in 40. La macchina la pagavi in un anno, massimo 2 e non in 5. L’affitto pesava per un 15/20% dello stipendio fisso e non per un 50/60 su uno stipendio mai certo. Pensavi ai figli che facevi molto presto così d’aver le forze d’accudirli da piccoli per poi crescerli nell’adolescenza, mentre tu eri ancora in forze e nel pieno dei tuoi 40 anni. Sapevi già che loro, entro i tuoi 50, sarebbero già stati autonomi e con la loro famiglia mentre tu ti avviavi a goderti una pensione meritata in una età che ti consentiva ancora di godertela. I più anziani si sentivano paghi del fatto di aver condotto a termine il ciclo della vita e di averla garantita ai propri figli e nipoti. Ma oggi sono qui, davanti a voi, a raccontarvi tutto questo e non posso fare a meno di ingoiare lacrime amare per un futuro che non sarà affatto come il mio. Parlo a voi ma non solo. Parlo a tutti i figli di quest’Italia che vedo come figli miei. A tutti i giovani, alla Giovine Italia.Vedete, qui non è un problema di destra o di sinistra e nemmeno di nord o sud. E’ il sistema che ci organizza che vi caccia dove siete. Ma non vi preoccupate, un sistema è solamente un sistema, un modo di vivere e di organizzare l’esistenza di un popolo. Un sistema si può cambiare così com’è sempre stato nella storia. E il modo migliore per cambiarlo è quello di rifiutarsi di farvi parte. Occorre indignarsi e fermarsi. Questo, naturalmente, farà molto arrabbiare politici e politicanti, corruttori e concussi, mafiosi e camorristi, evasori fiscali ed elusori; speculatori e banchieri, detrattori del debito come ricchezza per i signoraggi monetari che si intascano; manager saltimbanchi e industriali parassiti iscritti alla setta del Dio Mercato; economisti profeti del dumping salariale e della precarietà necessaria; proprietari e lacchè della stampa del regime del bunga bunga e del Grande Fratello e molti altri ancora. Non temete figli miei, prendete la mia mano, la mano di vostro padre. Venite con me e camminiamo insieme sicuri che, tenendoci ben saldi, non ci potranno dividere. La mia generazione unita alla vostra generazione. Anche voi, voi che mi leggete. Se siete padri, raccontate la vostra storia ai vostri figli e date loro la mano. Se siete figli dite ai vostri padri di raccontarvi la loro storia; poi cercate la loro mano e stringetela. Così, tutti insieme, tenendoci per mano, smettiamo di fare ciò che stiamo facendo e scendiamo nelle piazze. Immaginiamo come vorremmo che fosse la nostra vita e da un semplice gesto, la mano nella mano, cominciamo a costruirla, a sognarla. Tutti insieme cominciamo a ricostruire la vita di tutti noi e dell’Italia nella quale sognamo di vivere.

domenica 15 maggio 2011

ThyssenTruppen


C’hanno invasi e li abbiamo lasciati invaderci. C’hanno comperati e ci siamo fatti vendere. C’hanno saccheggiati e ci siamo lasciati saccheggiare e per finire c’hanno pure ammazzati. E noi? Noi ci siamo inchinati come servi di fronte alle ThyssenTruppen. Lo abbiamo fatto in nome del libero mercato e delle sue sacre regole mentre loro ne costruivano uno sacrilego all’estero e senza regole perché quelle le rispettano ma solo in patria. Fuori, invece, diventano tiranni. E noi? Noi, da coglioni, ci siamo bevuti il fatto che lo Stato non potesse esser imprenditore efficiente e ci siamo liberati anche dei gioielli parastatali cedendoli ai maestri dell’economia privata che di privato non ha proprio un fico secco visto che dietro ci sono sempre i Reich di turno a sovvenzionare. A proposito: a che Reich siamo arrivati? Quello del Fuhrer era il terzo: quello della Merkel che numero ha? E noi ad applaudire alla firma del patto d’acquisto così come facemmo col Patto d’Acciaio. Li abbiamo accolti eccitati, ansiosi di vederci liberati dal giogo delle inefficienti aziende statali. Ci siamo seduti come scolaretti ubbidienti nei nostri banchi ad imparare come si diventa grandi così come facemmo col Ribbentrop d’allora. Volevamo meno Stato e più libero mercato. Loro infatti ci hanno liberato dallo Stato e lasciati in mutande ma con un libero mercato che di libero non ha proprio nulla, visto che siamo servi e poveri più di prima. E rieccola qui l’italietta giolittiana, oggi berlusconiana, che applaude e si inchina alle ThyssenTruppen tedesche che poi girano i tacchi e se ne vanno, dopo essersi presi ciò che gli interessava avere. Servi, solo servi! Ecco ciò che siete! Altro che imprenditori! Altro che politici! La nostra Nazione si merita altro! Il popolo si merita altro! Ma diteci: è o non è strategico l’acciaio? All’Italia serve o non serve avere le acciaierie? Ma lo sapete che tutto ciò che ci circonda o è fatto con l’acciaio oppure viene prodotto con macchine fatte d’acciaio? E se a noi manca l’acciaio, ditemi, come facciamo a costruire ciò che ci serve oggi e domani? Loro, “i nostri maestri”, l’acciaio lo considerano strategico e quando lo considerano strategico diventa interesse della nazione averlo. Se è interesse della nazione allora lo Stato DEVE ASSOLUTAMENTE procurare di saperlo fare, l’acciaio. Solo che la Merkel, da brava massaia dice che VALE la pena di saperlo fare mentre, i nostri imprenditori-politici, ignoranti della saggezza popolare direbbero che COSTA la pena saperlo fare. Perché da sempre, sapersele fare in casa le cose, è più conveniente che farle da un’altra parte per poi comperarle già fatte! Lo sanno le massaie da Libro Cuore così come ogni singolo cittadino di questo stramaledetto paese che da sempre sa che, per sopravvivere, serve sapersi arrangiare perché… “chi fa da sé fa per tre”!! Se quella casa si chiama Italia e il popolo si chiama nazione, allora spetterà alla massaia chiamata Stato procurare di saper fare l’acciaio! Oppure no!? Che ne dite di una casalinga al governo?

Obamarameo cucù!


Gheddafi dixit: ragazzi, aribandus! Fermi tutti! Casa cic e ciac! Tana! Qui non mi potete prendere altrimenti… Altrimenti non gioco più con voi a guardie e ladri! E comunque sappiate che, per questa volta e solo per questa volta, il ladro lo faccio io ma poi, come sempre, tornerete a farlo voi: d’accordo!?Non pretenderete che, adesso che i popoli arabi stanno risorgendo con rivolte benedette (Allah sia benedetto!) che vogliono mandare al creatore (il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, fratelli d’Arabia!) me e tutti i miei cari colleghi monarchi o tiranni, dal Marocco alla Siria, accettiamo di buon cuore di farci licenziare senza giusta causa da voi che ci avete assunti decenni orsono!? Decenni durante i quali vi siete presi tutto il petrolio e le materie prime che vi servivano, in cambio di una paga lauta sì ma fatta di dollari insanguinati che poi da scemi ci siamo fidati a depositarvi nelle vostre banche. Per non parlare delle armi che ci avete venduto, anche quest’ultime pagate con dollari finiti anch’essi nelle vostre banche, per tenere buoni quelli che oggi ci vogliono fare fuori. Ve l’avevamo detto che non poteva durare all’infinito la storia degli aiuti umanitari fatti di altri dollari “prestati” che dovevano essere restituiti con tanto d’interessi (bell’aiuto!). E infatti oggi il vostro Fondo Monetario Internazionale (la banca degli States), ci sta str(i)ozzando i “debiti pubblici” tirandoci verso il Fondo dei barili vuoti ma neri come (i)la p(etrolio)ece, impoverendoci ulteriormente in maniera da rimanervi invischiati del tutto, buttandoci ancor più a Fondo perché a galla ci deve restare il debito pubblico americano che potrebbe esplodere se chi fornisce le materie prime si inventasse di commercializzarle in Euro o in Yuan cinesi.
Ed io dovrei restare qui a prendermi le vostre bombe per mandare a Fondo anche me?
Ma voi siete scemi!! Io non gioco più: me ne vado!
Marameo!

lunedì 2 maggio 2011

1 Maggio 2011: capitolazione di una capitale.


L’Italia oggi non c’è più! Oggi Roma ha abdicato! Lo Stato ha abdicato per appiccare la miccia alle bocche da fuoco dei cannoni di una Chiesa-Stato che da oggi ha sancito di essere il centro del mondo ma soprattutto, il centro dell’italianità. Il vuoto delle nostre istituzioni lo hanno riempito loro. Oggi la capitale d’Italia è tornata ad essere la capitale dello Stato Pontificio che finalmente rende del tutto compiuti quei patti lateranensi serviti solo alle ambizioni fascistoidi che hanno cancellato, dopo appena 70 anni, quella laicità dello Stato conquistata col sangue dei nostri patrioti. Con quell'atto la Chiesa cattolica perse l’occasione di redimersi dalle vergogne del passato secolare. Oggi, perseverando, è ritornata del tutto a dichiarare la supremazia della cristianità su ogni cosa sfruttando la grandezza di un Giovanni Paolo II, il quale fu effettivamente un gigante della fede. La sua statura non l'avrebbe mai fatto scendere ad affermare, come nell’omelia di oggi in piazza San Pietro, che la speranza fosse stata usurpata dal solo marxismo. Perchè, sinceramente, faccio fatica a bermi il fatto che quella speranza usurpata, non lo fosse stata anche dal capitalismo dell’Opus Dei, delle potenti congregazioni religiose, della Compagnia delle Opere, dello IOR, dei Marcinkus che passò poi dai Calvi del Banco Ambrosiano, dalla Mafia e dalla P2. Solo pagine buie di un passato remoto crollato anche questo sotto le macerie del muro, oppure.....? E perchè dichiarare questo proprio oggi? Siete proprio coinvinti che fosse questa la giornata più adatta? Perchè avendolo fatto oggi, magari sono un visionario io, si è centrata proprio la giornata perfetta per cancellare l’unica cosa rimasta che potesse ricordare, anche solo lontanamente, che esiste un altro mondo. Un mondo di laici, non necessariamente comunisti, che sperano ancora che il popolo possa liberamente decidere il proprio futuro, senza aver bisogno di monarchi nostalgico medievali, che usano la cultura della paura, dell’afflizione e della pena per guidarlo. Un popolo al quale era rimasta un’ultima festa: il 1 maggio! E i nostri…? Ma quanto faccio fatica ad usare l’aggettivo possessivo “nostri” e, infatti, mi correggo. Gli "onorevoli" che occupano gli scranni delle nostre istituzioni, quelle sì che sono NOSTRE, non si sono persi l’occasione per spingere sull’acceleratore del loro programma cultural-massonico-piduista, che sfrutta i nuovi patti lateranensi mai scritti. Quelli che demoliscono lo Stato e consegnano nelle mani delle opere religiose o filo cattoliche le credenziali e i lauti compensi, che consentono loro di sostituirsi ad esso, lo Stato, nello stato sociale. Al Wojtyla in odor di santità ha reso omaggio anche il Silvio che a quella santità aspira e che, per togliersi di dosso l'olezzo delle sue azioni e della vergogna del bunga bunga, ha schierato tutto il potere mediatico che possiede e controlla, facendone un obolo che spera lo conduca all’indulgenza plenaria. Per seguire l’evento ha fatto occupare tutti gli spazi televisivi e informativi facendo sparire del tutto ciò che noi siamo, ciò che finalmente avevamo appena cominciato a ritenere fondamentale d'avere per sentirci ancora vivi come Italiani: l’Unità d’Italia. Cittadini una sola voce oggi si levi dentro di noi: RIVIVA L’ITALIA!!!

martedì 12 aprile 2011

MORS TUA VITA MEA


Buttateli a mare! Buttateli a mare! Caricateli sugli aerei, stipateli sulle navi e riportateli in Africa!
Trattateli come bestie, fateli sentire in più, indesiderati e indesiderabili. Rinchiudeteli nei CPT, ammucchiateli come bestie. Tanto loro sono abituati a vivere così! Prendiamoci solo i rifugiati politici, ma decidiamo noi chi lo sia e chi no! Rimpalliamoceli come se giocassimo una partita con delle palle di pelle umana che nessuno vuole. Sembrava non li volessimo noi Italiani, sembrava non li volessero solamente le padane regioni del nord di Alberto da Giussano e dell’immortale Umberto, idolo di telespettatori degeneri che mandano sms deliranti a programmi televisivi trasmessi su reti trivenete, utili solo a dimostrare quanti siano i razzisti e quanti siano gli ignoranti. Invece, oggi scopriamo che leghisti, nazionalisti e secessionisti sono anche Germania e Francia. Loro sono quelli che stanno alle nostre spalle, sì perché IO con orgoglio gliele ho girate. Mostrate pure i muscoli flaccidi di un’Europa fatta di vecchi decadenti e codardi che sanno solamente alzare barriere di banconote stipate in casseforti d’acciaio, camuffate da navi da guerra L’unica azione di risposta in questo bailame? Un patetico minuto di silenzio, ritti, in piedi, immobili, sugli attenti recitato nelle aule istituzionali per ricordare ogni tanto qualche moria improvvisa in mezzo al mediterraneo, ma nulla più. Infrangete i loro sogni. I sogni di 160 milioni di persone fatte di 80 milioni di ragazzi, con meno di 25 anni, e altri 40 milioni di uomini, con meno di 40 anni. Loro sono giovani e con una energia infinita. Ricacciateli indietro e fategli sentire tutto il nostro disprezzo e vedrete che torneranno… prima o poi torneranno. Sicuramente torneranno a trovarci. Attenzione però, non sono certo che torneranno in pace a bordo di carrette del mare, con i vestiti logori, un paio di ciabatte di plastica e, soprattutto, imbracciando solamente sacchetti di nylon.
E allora sarà... VITA TUA MORS MEA

sabato 12 marzo 2011

Rivolta cerebrale


Questa roba qui sopra la vedete? La riconoscete? Fate fatica vero? Osservatela bene: è la nostra cara Italia! A volte per cambiare in modo radicale bisogna partire cambiando il punto di vista. Ah quanto ti ho avuta nella testa, fatta esattamente così! Ci ronzavi dentro perché volevo rovesciare tutti i concetti, tutte le visioni, tutti i punti di vista, a partire proprio da quello lì, perché ciò che più desideravo era di uscire dallo status quo, dai luoghi comuni. Fuori da ciò che oggi pensiamo, diciamo e viviamo. Lontano anni luce dagli slogan ammuffiti, dal pensiero a senso unico, dalle false verità costruite per convenienza o sancite per convenzione. All’improvviso mi sei apparsa davanti come visione futura resuscitata da un remoto passato, fatta per gli stessi scopi che mi ostino a perseguire in queste pagine: fare gli italiani. Me la voglio tener davanti mentre sputo queste frasi. La voglio fissare e studiare nel dettaglio per cacciarmela nella testa, defenestrando dal cervello le vecchie cartine delle aule scolastiche. La guardo, mi piace, questa è l’Italia che ci vuole. L’Italia della luce, del mare, degli orizzonti sconfinati, della voglia di vivere e di esistere. Delle isole che sono un arcipelago, non più disperse chissà dove ma raccolte accanto alla penisola. L’Italia dei vaffanculo finali. Vaffanculo alla menata dello stivale che non c’è più, al nord-sud che diventa est-ovest. Vaffanculo a quelli che lì non appaiono più! Ai crucchi e alle loro schiere inquadrate a plotoni; ai nobili decaduti austriaci con la puzza sotto il naso (il 1918 ancora gli brucia); agli svizzeri rovina d’Italia, cassaforte d’evasori e farabutti d’ogni genere; ai cugini francesi e “allons enfants de la Patrie” e per finire pure agli inglesi e al loro stramaledetto “the book is on the table!”. Bastaaa!!! 17 Marzo Compleanno d’Italia, di questa nuova Italia. Punto e a capo. W l’Italia!

venerdì 25 febbraio 2011

Grazie Fratelli d'Arabia!


Eccovi lì sui nostri schermi, sui nostri blog. Fino a ieri eravate solo i “negher”, i ” terroristi islamici”, i “musulmani”, quelli della “sharia”! Oggi in piazza nessun burqa, nessuna barba lunga e nessun Muezzin! Solo donne e uomini in abiti borghesi, “all’occidentale”, assieme a centinaia di migliaia di giovani con in testa i berretti stile baseball segno di ribellione verso le teocrazie, i fazzoletti a coprire il viso perché i lacrimogeni arabi bruciano come quelli occidentali e le felpe col cappuccio in testa perché quella polizia non solo picchia ma se ti riconosce, se ne ha l’occasione, ti tortura e ti uccide! Dove sono quelli che hanno vomitato pagine scrivendo dei terroristi d’Al Qaeda? Perché ora non ne scrivono altrettante parlando di voi, osannando il vostro coraggio ? Voi che ci state mostrando come si alza la testa, come si tiene dritta la schiena! Voi che ci state mostrando come si soffra, si lotti e si muoia per liberarsi della tirannide, per riavere la libertà! Ditemi, dove sono gli “islamici” lì in mezzo? Io non li vedo! Io vedo un popolo che vomita rabbia, ribellandosi ad una condizione soggiogante che le nostre nazioni hanno loro imposto come pegno da pagare per non esser più colonia, in cambio di… continuare ad esserlo fornendo il gas ed il petrolio. C’è in atto una cosa che nessuno ha il coraggio di scrivere. Allora lo faccio io sillabandola in maiuscolo: RI-VO-LU-ZIO-NE! Ci state ricordando quello che siamo stati e che ci siamo dimenticati di essere. State dando un colpo di mannaia al corso della vostra storia. Una storia che sembrava essersi dimenticata di voi! Voi che nel passato ci avete fatto uscire dal medioevo per poi ripiombarvi dentro a vostra volta sotto i fendenti inflitti dalle spade dei crociati benedetti. Gli USA ci hanno detto che la Libia è affar nostro e dei Francesi. L’Europa delle banche e della Merkel della grassa Germania ci hanno detto che sono troppo occupati a lavorare per uscire dalla crisi, per occuparsi del Nord Africa. Ci pagano, loro, perché ce ne occupiamo, noi, la barzelletta d’Europa, dei problemi umanitari. Quelli sono un affar nostro. Eh no care America ed Europa, non ci sto! Se la Libia è affar nostro, se i 300.000 profughi sono un affar nostro allora pretendo, da italiano, che tutto ciò che riguarda il “mare nostrum” sia anche “affare nostrum”. Perché quei 162.000.000 di persone sono per noi una risorsa vera e non intendo dividerle con nessuno. Sono persone vive ma vive dentro! Vogliono la giustizia, la libertà, l’uguaglianza. Vogliono combattere, lottare e morire se serve per non aver più nulla a che fare con i soprusi, la corruzione, l’immoralità, la malavita organizzata, i gerontocrati, i tiranni, l’impunità, l’immunità per i potenti, i privilegi delle caste, il controllo della stampa e della libertà d’espressione e le ricchezze nelle mani di pochi. Dico grazie a Voi! E noi?
Siamo proprio sicuri di non voler aver nulla a che fare con persone così? Siamo proprio sicuri che a noi, popolo adolescente, non serva averci a che fare? Siamo certi di non aver nulla da imparare? Siamo certi che di loro non abbiamo bisogno per evitare di sprofondare nel baratro del nuovo medio evo? Io non lo sono. E voi? Lo siete?

Fabio Pozzerle

venerdì 18 febbraio 2011

La crisi del centocinquantesimo anno


Evviva la crisi! Non c’è niente di più salutare di una sana crisi per risvegliarsi dal torpore! La crisi scuote, fa’ riflettere, ti costringe a fare ammenda! Pensate a quella famosa del settimo anno delle coppie. Superata quella, si sa di avere davanti un periodo di rinnovato sentimento reciproco! O l’altra, quella adolescenziale: tremenda! Quindici anni, quindici anni… cantavano i “Vicini di Casa” nel ‘76. Un’età problematica dove non sei né carne, né pesce. Un disorientamento totale. E al popolo italiano, gliela vogliamo concedere una crisi? Se ad un ragazzo viene a 15 anni ad un popolo potrebbe venire dopo 150? Io credo di sì. I segni di una natura ancora adolescenziale ci sono tutti, sapete. Siamo un popolo disorientato che ancora non ha trovato il suo posto nel mondo. Non riusciamo a ragionare e a operare in maniera omogenea. Poco inclini all’ordine e alle regole, ribelli per natura ma solo individualmente. Rimaniamo ipnotizzati dai luccichii delle illusioni e perdiamo il senso della misura e della realtà. Una personalità “centrata” ancora non ce l’abbiamo, siamo privi di un’identità nostra, ragione per la quale viviamo di emulazioni. Vorremmo assomigliare ai grandi, agli adulti che ci hanno spiegato come e cosa dovevamo essere fin dal primo giorno dello sbarco dei Mille a Marsala, protetto dalle navi da guerra inglesi. Vorremmo essere inglesi, francesi, americani, svizzeri, persino tedeschi dimenticando, dopo neanche vent’anni, le angherie da loro subite e mettendoci addirittura ad emularli. Loro ci vogliono relegati qui a fare i guardiani di vestigia del passato, chiusi nelle stanze di un museo sterminato, del quale siamo prigionieri. Vi prego di voler comprendere l’essenza delle mie parole giungendo fino all’ultimo punto di quanto sto per scrivere. Non sappiamo ancora, se saremo sessualmente donna, uomo o cos’altro. Condizione talmente frustrante che porta l’uomo italiano a temere il sesso femminile dividendo le donne tra sante, vergini e mamme, le proprie, puttane tutte le altre; la donna a dover sceglier tra il sentirsi sempre strega, sporca e peccatrice secondo morale e tradizion cattolica e il ribellarsi, dividendosi tra chi puttana non vuole essere e chi invece, in fondo, tale ruolo brama ricoprire. Viviamo costantemente l’ansia d’avere la coscienza spaccata a metà tra il dover obbedire alle leggi divine del Vaticano, per evitare le pene dell’inferno e il rispettare le leggi di uno Stato mai compreso, per evitare le pene terrene, sentendoci braccati come lepri in una battuta di caccia. Persino il festeggiar il compleanno c’ha fatto paura! Forse avevamo paura, o avevano paura, di dover fare ammenda per timore di dover confessare d’aver scientificamente pianificato falsi miti e slogan, al solo fine di far sorger un movimento politico che ci ha mentalmente retrocessi all’età comunale? Basta italiani, alzate la testa! Raddrizzate la schiena perché è l’ora della riscossa. Facciamo tesoro del nostro passato e guardiamo fiduciosi verso il futuro! Siamo gli unici ad avere, alle spalle, un bagaglio culturale di 3000 anni. Usciamo dai confini comunali e distogliamo lo sguardo dal grigiore e dal freddo della profonda Europa! A sud c’è tutto un mondo nuovo che sta nascendo in un fermento rivoluzionario, pari a quello dei moti del ’48! Noi siamo al centro del Mediterraneo e tocca a noi fare da punto di riferimento. Roma è stata grande, la blasonata Venezia è stata grande! Lo sono state solamente perché hanno volto il proprio sguardo a sud, al mare, a quel mare che possiamo, dobbiamo, far tornare nostrum.

Fabio Pozzerle

venerdì 11 febbraio 2011

Mirafiori, Articolo 41 e 41 bis


C’è un solco invisibile che collega la fabbrica, l’ipotesi di modifica dell’art.41 della costituzione e il carcere duro per i mafiosi. E’ un solco che parte dal campo di Mirafiori dove s’è deciso di seminar gramigna anziché grano, sottoscrivendo quell’accordo di Marchionne. Il problema non è quello delle condizioni di lavoro che stabilisce perché quelle e solo quelle, benché dure, riguarderanno i 5500 lavoratori dello stabilimento, anzi, a dire il vero neanche tutti. Il resto, invece, riguarderà milioni di cittadini italiani perché, quello sottoscritto, è un vero e proprio manuale che tutte le aziende possono seguire per ridurre ad impotenza i cittadini lavoratori dipendenti, impedendo loro di poter avere la benché minima possibilità di organizzarsi per contrattare alla pari con le imprese, la loro condizione salariale e lavorativa. Nessuno ha spiegato chiaramente che i lavoratori dello stabilimento verranno riassunti nella nuova società, la famigerata New-Co, alla sola condizione che abbiano individualmente sottoscritto l’accordo collettivo, sostitutivo del contratto nazionale di lavoro, che diventerà parte integrante del loro contratto di assunzione dove saranno indicati gli obiettivi produttivi che, se il singolo lavoratore, per qualsiasi ragione, non consentirà di raggiungere, sarà perseguibile fino al licenziamento per violazione dei termini contrattuali e quindi per giusta causa. Chi non accetterà quelle condizioni rimarrà nella vecchia società che, dopo aver ceduto alla nuova le attività, “cesserà l’attività” e quindi sarà licenziato. Il tutto senza che i lavoratori si siano spostati di un solo centimetro dal loro posto di lavoro. Un bel raggiro, insomma, una bella truffa che spiana la strada allo Statuto dei Lavori che, diversamente da quello dei Lavoratori che verrà cancellato, metterà sullo stesso piano il lavoratore dipendente, col fornitore dell’azienda. Anzi no, perché col collegato al lavoro, mentre il fornitore potrà appellarsi alla giustizia per veder riconosciuto un diritto stabilito dalla legge, il lavoratore dipendente non lo potrà più fare. Egli si dovrà rivolgere ad un arbitro che deciderà “secondo equità”. Così se sarai un lavoratore autonomo verrai considerato un cittadino che può godere del diritto universale alla giustizia mentre, se sarai un lavoratore dipendente, dovrai mediare il tuo diritto con quello dell’azienda e ciò che otterrai sarà sempre meno di quanto ti concede la legge, cioè, se fai impresa, se sei imprenditore di te stesso se, in conclusione, incarni l’essere impresa con l’essere persona, sarai un cittadino di seria A, altrimenti sarai “solo” una persona e sarai un cittadino di serie B. Geniale intuizione che finalmente darà anche all’impresa il diritto al companatico, alla salute, a vivere dignitosamente, all’istruzione, ad essere libera ad avere bisogni primari fondamentali. E se l’impresa si è fatta uomo, ecco che diventa inutile richiamare, all’art. 41 della costituzione, la necessità che non operi “in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana”, nonché “indirizzata e coordinata a fini sociali”. Quindi, togliamolo! Eh che cavolo! Che liberazione! Finalmente l’impresa non è più tenuta a rispettare la legge, la persona, il territorio! Erano anni che Totò Riina e Bernardo Provenzano sostenevano questa tesi nella più che totale incomprensione, poveretti! Finalmente anche loro potranno costituire la Mafia S.p.a. presso la camera di commercio e uscire dal regime del 41 bis. Che soddisfazione! Non sono più un pericolo per lo Stato. Eppure mi chiedo: siamo sicuri che sia più pericoloso per lo Stato chi si fa uomo-impresa della mafia costituendo un Sotto-Stato che opera dentro lo Stato costituito oppure lo è di più chi demolisce lo Stato, svilendo e svuotando le istituzioni e piegando l’intero quadro legislativo e costituzionale alle necessità di quell’uomo-impresa?

Fabio Pozzerle

mercoledì 9 febbraio 2011

17 Marzo: Compleanno in Famiglia

Quale famiglia non festeggerebbe il compleanno di un nipotino, soprattutto se si tratta dell’unico oppure del più piccolo? Nessuno resisterebbe al desiderio di partecipare a quella festa perché, a quel nipotino

si sentirebbero legati e tutti vedrebbero in lui il futuro radioso e pieno di speranze che ricolma i vuoti lasciati nell’animo da tutti quei desideri e sogni mai realizzati di genitori, nonni, zii e parenti tutti. Sarebbe l’occasione per sentirsi, almeno per un giorno, tutti uniti da quel medesimo destino che ci ha voluti parenti, sempre serpenti, certo, per carità, ma obbligati a convivere assieme volenti o nolenti. Si tratterebbe di un momento utile a tutti per ricaricare la mente affaticata dalle troppe ansie, paure e rancori che ci accompagnano giorno per giorno e riuscire così a ritrovare fiducia nel domani. Servirebbe a superare quel senso di solitudine che ti assale malgrado si viva nell’affollamento o quell’assordante silenzio in cui vive chi grida e non riesce a farsi sentire. Di un giorno così, ne avremmo bisogno tutti come il pane quotidiano. Anche il popolo italiano ne ha un estremo bisogno, almeno se lo consideriamo alla stregua di una grande famiglia accomunata da un medesimo destino. Un compleanno vero che unisca e non divida e quindi meglio se lontano nel tempo, più lontano di quegli anniversari che si festeggiano ma che si riferiscono ad immani tragedie che hanno generato profonde lacerazioni ancora aperte, come le ultime due guerre mondiali. Non che quello non lo sia stato, capiamoci, quella fu' un'immane tragedia soprattutto per le popolazioni del sud ma almeno parliamo di un compleanno di tutto rispetto alla stregua del 14 luglio per i francesi o del 4 luglio per gli americani. Una festa da ripetere ogni anno, si OGNI ANNO cari Marcegaglia, Calderoli, Durnwalder (presidente della provincia di Bolzano), Zaia (governatore del Veneto) e “compagnia bella” (ai quali dico solamente VERGOGNATEVI!). Una festa da ripetere, almeno finché l’Italia “unificata” non diventerà finalmente anche “unita”.
W l’Italia!

Fabio Pozzerle

sabato 5 febbraio 2011

PARTITA A MONOPOLI


Ve lo ricordate vero? Tutti ci abbiamo giocato. Quel bel tappeto di cartone verde chiaro, il tavolo verde lo lasciamo a Emilio Fede, dove lanciando i dadi potevi costruire le tue fortune. Compravi terreni, costruivi case ed alberghi e, in mezzo a imprevisti e probabilità, accarezzavi il sogno di diventare ricco. Ricordo ancora l’ansia che ti metteva perché sembrava che, quel gioco, fosse lo strumento fondamentale atto a decidere chi potesse avere la stoffa dell’affarista o, invece, quella consunta dello sfigato. Doveva essere un gioco, solo un gioco e invece è finita come per Jumanji, il film, ve lo ricordate? Quello dove c’era quel gioco da tavolo che ti tirava dentro e che mescolava la realtà con la finzione e dove, alla fine, diventava tutto maledettamente vero! Eccoci lì dove siamo finiti col Monopoli. La nostra realtà è finita là dentro e abbiamo perso il significato vero di ciò che ci circonda, di cui dovrebbe esser patrimonio di tutti riconoscerne il valore. Prendiamo la parola lavoro, ad esempio. E’ arrivata ad un punto così basso di considerazione che gli attuali governanti la vorrebbero levare dalla costituzione per sostituirla con la parola impresa. Ma cosa vale di più? Vale di più un qualcosa che crea ricchezza o qualcos’altro che la genera e distribuisce? Creare significa produrre dal nulla. Generare, invece, rientra nell’ambito della procreazione e necessita quindi di una genitura che moltiplica se stessa ma che, per farlo, ha bisogno di una base di partenza nell’ambito della stessa specie. Cioè, se voglio generare ricchezza ho bisogno di averne già. L’impresa è una macchina, un gingillo ideato dall’uomo per generare ricchezza e distribuirla ma alla sola condizione che ci siano già delle ricchezze per avviarla e il lavoro per farla funzionare. Creare la ricchezza, invece, significa costituirla dal nulla. A scuola ci hanno insegnato che il lavoro è uguale alla forza per lo spostamento. E’ una cosa che tutti possiamo fare. Basta agire su qualsiasi parte del nostro corpo del quale ogni cittadino del nostro paese è per natura dotato e spostarla, sia essa un braccio o un flebile segnale elettrico tra un neurone e l’altro del cervello. Non ti costa nulla o molto poco rispetto a quello che riesci a produrre. Il suo valore è infinito perché il punto di partenza è sempre zero o prossimo allo zero. Genera potenzialità creative immense soprattutto se si mettono in rete le menti o si coordinano le capacità tecniche magari acquisite con esperienze tramandate per generazioni. Il lavoro coniuga il sapere col saper fare e consente agli individui di raggiungere la condizione di saper d’essere. Le grandi nazioni europee lo hanno capito perché sanno che una nazione è grande e lo sarà anche in futuro, solamente se saprà mantenere la capacità di produrre e costruire qualsiasi cosa e che è sbagliato considerarlo solamente come un costo! Noi invece sono decenni che buttiamo il lavoro alle ortiche perdendo il saper, saper fare ed essere, decentrando le imprese all’estero e facendoci abbagliare da tutte quelle attività piene di lustrini e paillettes che fanno guadagnare a pochi immense fortune senza fatica, lasciando agli altri solo l’illusione di esser ricchi, ipnotizzati dal luccichio effimero di quel mondo. Quelle grandi nazioni hanno capito il valore del lavoro e sempre di più ci pagano perché smettiamo di saper lavorare per garantirsi l’esclusiva su quel sapere. A prezzi di 30/40 a volte 50.000€(la francese Alstom addirittura 100.000€ ad ogni lavoratore del sito di Colleferro RM)ci convincono a licenziarci da quelle imprese italiane di loro proprietà che chiudono e si portano in patria. Noi li intaschiamo e accettiamo lo scambio ma attenzione perché la partita a Monopoli è quasi finita. Germania, Francia e Gran Bretagna in testa, possiedono tutte le proprietà cariche di case ed alberghi oltre alle stazioni, gli aeroporti, le società elettrica e dell’acqua comprese. Noi invece abbiamo in mano i pacchi di soldi. Se finiamo un paio di volte su Parco della Vittoria per noi è la fine.
L’unica speranza è quella di finire in prigione. Cavolo, dimenticavo! Siamo fregati anche lì: abbiamo le leggi sull’immunità.

Fabio Pozzerle

giovedì 3 febbraio 2011

 

 

 

Ri-Generazione

 

Di fronte al piano di interventi per stimolare la ripresa del nostro paese presentati da Berlusconi, ci siamo trovati davanti a differenti prese di posizione da parte delle forze politiche. Tra i vari sì e no, c’è chi invoca le elezioni. A prescindere dalla bontà o meno delle proposte o dall’opinione di ciascuno rispetto alle proposte, la domanda che mi pongo è se la situazione, quand’anche si arrivasse alle elezioni, potrebbe subire un cambiamento radicale oppure no. Sarà sufficiente sbarazzarsi di B per consentire un cambiamento della situazione economica, politica e sociale? Con tutta la buona volontà che ci possa mettere il vincitore, ritengo che, anche un eventuale passaggio elettorale, non muterebbe un quadro ormai compromesso da un ventennio preparatorio fondato sulla videocrazia che ha plasmato le menti degli italiani preparandole a ricevere un concetto di società e un modello di vita basato sull’apparenza e sull’effimero, affine a quello che B da tempo professa e pratica.

Temo che avremo semplicemente un risultato elettorale pressoché immutato in termini relativi riguardo alle preferenze, ma ridotto nel numero dei votanti in termini assoluti. Badate però, non parlo di preferenze partitiche. Parlo di programmi elettorali e progetti politici che non potranno discostarsi da quelli attuali perché ahimè, un partito per vincere ha bisogno del consenso della maggioranza degli elettori e, se quegli elettori sono stati “programmati” per rispondere a determinati stimoli,  o dai loro in pasto ciò che possono ricevere, il berlusconismo, oppure non vinci. Da ciò se ne deduce il fatto che la classe politica e dirigente oggi non sia in grado di fare nient’altro di diverso se non occuparsi delle partite correnti, seguendo l’andazzo generale perché non vuole esporre se stessa al rischio di dover rinunciare alla propria posizione di privilegio. Diversamente, per dare il via ad una trasformazione  profonda, occorre stimolare quella rivoluzione culturale, necessaria a rompere gli schemi e riprogrammare  le menti di tutti noi. Serve riflettere profondamente sul nostro modo di concepire la società, l’economia, la nazione a partire dal fatto di arrivare finalmente a sentirsi popolo a tutti gli effetti (sarebbe ora) dalla Vetta d’Italia a Lampedusa e da Bardonecchia ad Otranto e questo a prescindere dal modello di stato che ci si voglia dare. Un popolo che abbia la capacità ritrovata di saper mettere in connessione tra loro le menti e le vite di tutti gli individui che sentono di riconoscersi nel destino collettivo di chi vive entro i confini della nostra Repubblica e che vogliano porre al primo posto gli interessi collettivi rispetto a quelli individuali. In sostanza occorre creare, per l’appunto, una nuova generazione rigenerata.

 

Fabio Pozzerle